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mercoledì 19 marzo 2014

La poesia antica e il vino di Patrizia Piazzini

Nella storia dell’antica Roma e della Grecia si trovano molte testimonianze di momenti di socialità in cui si beveva vino, a dimostrazione di quanto sia antica la storia del vino e della convivialità.
Molte sono le poesie e i racconti di importanti filosofi e scrittori del tempo che ci parlano dell’importanza del vino nella vita delle società antiche di Roma e di Atene che era il protagonista in più occasioni.
La coltivazione della vite in Italia era presente già dal periodo etrusco ed i romani perfezionarono la produzione del vino, tanto da diventare uno dei prodotti più importanti per il commercio nel Mediterraneo e fra i resti di molte navi romane sono stati trovati importanti carichi con orci in terracotta destinati proprio alla conservazione del vino.
Il vino dei romani era molto diverso da quello che conosciamo oggi: aveva un sapore molto forte, era molto alcolico e veniva “perfezionato” con del miele per renderlo più gradevole al palato (l’ idromele). Faceva parte della dieta quotidiana (per il suo apporto calorico) e anche gli schiavi avevano diritto alla loro razione giornaliera.
Nell’antica Roma, i patrizi bevevano vino nelle loro riunioni formali e non, nei momenti dedicati all’ “ozio” e quando dovevano prendere le decisioni più importanti per l’Impero, insieme ai consoli e ai senatori.
Nelle Odi di Orazio (65 a.C.) si parla di vino e si hanno anche alcune descrizioni dei vini di allora:

Berrai in tazze modeste,
il vino scadente della Sabina,
che io stesso riposi ed impeciai in un’anfora greca,
quando in teatro, o caro Mecenate, ti fu tributato l’applauso.
In casa tua berrai il cèmbo e l’uva pigiata col torchio caleno.
Le mie tazze non addolcisce né il vino di Falerno
né quello dei colli di Formia.

Nell’antica Grecia, così come a Roma, il vino veniva bevuto da tutti ed anche il vino greco era molto forte, dal gusto amaro e veniva allungato con l’acqua perché troppo alcolico. Si dice che soltanto i bruti bevessero il vino “puro”.
L’ebbrezza in Grecia veniva considerata come uno stato in cui si era più vicini agli Dei ed è proprio il culto del dio Bacco che ha fatto nascere diversi riti e eventi a cui partecipavano sempre più persone; fra questi vi erano i “baccanali”, feste in cui il vino era il protagonista, si mangiavano carni speziate, si recitavano poesie e venivano inscenate delle commedie.

E dove non è vino non è amore; né alcun altro diletto hanno i mortali
(Euripide, 480-406 a.C. “Le Baccanti”)

Anche ad Atene tutti bevevano vino, gli schiavi dalla tazze di terracotta e gli aristocratici dalle coppe in vetro. Quando l’ospite non era desiderato veniva offerto il calice della vergogna, una coppa molto ampia da cui era impossibile bere senza far cadere dai lati il vino: ecco che l’ospite veniva così punito e veniva deriso dai presenti. Caravaggio ne farà poi uno dei suoi dipinti più famosi.
I simposi erano un’altra occasione importante dove si beveva vino: a questi partecipavano gli uomini più importanti della società ateniese e in queste occasioni venivano prese le decisioni importanti per la città. Niente veniva deciso se prima non avevano bevuto il nettare di Bacco.

Alle sventure non cediamo l’anima!
Bicchi, non gioverà questo tedio d’esistere.
Il migliore farmaco è il vino, inebriarsi

(Alceo di Mitilene)

Quindi, il vino era un importante simbolo di convivialità già nell’antichità e anche se sono cambiate le tecniche di coltivazione della vite e il modo di fare il vino, (per fortuna!) questa abitudine non è cambiata. Chi di voi non ha mai invitato un amico a casa e ha stappato una bottiglia “di quelle buone”?

Il vino ammollisce e tempera lo spirito
e induce gli affanni della mente ad assopirsi […]
ravviva la nostra gioia
e alimenta la fiamma della vita quando vacilla.
Se beviamo con temperanza e piccoli sorsi
il vino stilla nei nostri polmoni
come la più dolce rugiada del mattino […].
è allora che il vino invece di fare violenza alla nostra ragione
ci invita garbatamente a una piacevole allegria

(Socrate)















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